Freud, illusioni e delusioni (Maria Chiara Risoldi)
Contro la teologia psicoanalitica
Il libro Freud, illusioni e delusioni, è un memoir su 30 anni di professione psicoanalitica, scritto da Maria Chiara Risoldi, che ha presentato di recente il volume in eventi disponibili in rete -per esempio questo:
Traccia la linea del percorso di formazione e professione della Risoldi, inframmezzandolo con casi clinici che divengono nel corso della lettura “pietre” miliari, in grado di catalizzare cambiamento e riflessioni.
Il libro è un atto di accusa contro la “teologia kleiniana” (testuali parole) e una riflessione amara sulla rigidità del sistema psicoanalitico nostrano (soprattutto negli anni ‘80/’90) pregno di clientelismo, ortodossia, “parrocchianesimo”, adesione fideistica e -fondamentalmente- assenza di pensiero realmente critico (cosa che invece dimostra l’autrice con questo scritto).
Già nel percorso di adesione alla SPI, la Risoldi scrive di requisiti incredibilmente onerosi, di scogli impossibili da superare, di colloqui di ammissione fatti con persone diverse e tra di loro non comunicanti -e spesso rigide-, ci racconta di rifiuti, dell’obbligo di certificare analisi svolte con pazienti al ritmo di 4 sedute a settimana (leggasi pazienti benestanti) -al fine di poter accedere al “sacro cerchio” (cerchio che, spoiler, si rivelerà un “torre di babele” delle diverse correnti psicoanalitiche, tra di loro scarsamente integrate ma tutte coperte dall’ombrello freudiano).
L’ambiente psicoanalitico pareva essere, ai tempi, un ambiente chiuso e fondato sulla teologia, con una scarsa attitudine al pensiero critico, molta ideologia e regole imposte ai futuri “adepti”.
La Risoldi attraverso questo volume ragiona amaramente sul “kleinismo” degli inizi, un coacervo di prassi cliniche che oggi forse riterremmo incredibili, assurde o per lo meno “problematiche”, come la regola dell’astensione totale anche con i bambini, il divieto di interagire in seduta, interpretazioni colpevolizzanti verso il bambino (pensato dalla Klein come contenitore di invidie e aggressività innate) e di errori clinici compiuti aderendo a questa corrente di pensiero senza metterla in discussione, spesso sotto ricatto morale da parte di supervisori pieni di prestigio.
Oltre a rinnegare il kleinismo, la Risoldi si dice delusa dal freudismo, e lo esplicita proseguendo nella lettura, in particolare dal momento in cui decide -per la sua formazione- di cominciare una formazione specifica in psicotraumatologia e si ravvede a proposito del concetto di ambiente, mettendo profondamente in discussione l’idea di un trauma fantasmatico e quel concetto di aggressività innata (kleinianamente) e pulsione di morte che a ben guardare, forse, non esistevano, -e che venivano rintracciate nel bambino per pura dissonanza cognitiva, giusto per non dover ammettere di aver speso anni e una quantità incredibile di denaro nell’assecondare una visione del bambino -quella kleiniana- fallace e colpevolizzante.
Proseguendo nella lettura, il testo prende un tono più personale, e l’autrice ci racconta del suo percorso per entrare nella SPI, della sua militanza nel PCI, delle ragioni sottese alle sue scelte e del rapporto doloroso e conflittuale con la madre, rigida ma amatissima. Il volume si chiude, infine, con un approfondimento scritto da una conoscente della Risoldi, un’amica anch’essa psicoanalista che rilegge l’intero volume tentandone un’interpretazione psicoanalitica a sua volta, partendo dalla conoscenza dell’autrice stessa.
Interessante il parallelo che la Risoldi fa tra il PCI e la SPI, contenitori chiusi e “parrocchiali”, criticati lungo tutto lo svolgersi del volume, come un filo continuo, “gabbie” di difficile accesso, pregni di elitismo ma in grado di saldare, rinforzare l’identità dell’autrice, identità in costruzione, minata dal complesso rapporto con la figura materna -come si diceva figura centrale, “perno” del percorso di sviluppo dell’autrice.
A fine lettura ci si ritrova colpiti dalla critica della RIsoldi alla psicoanalisi ortodossa, alle tautologie inerenti l’”essere psicoanalista” -come se l’impianto teorico psicoanalitico dovesse poggiarsi su liturgie “costituenti”, e come se aderire a queste stesse liturgie potesse conferire forza all’intero modello, una sorta di esoscheletro funzionale a tenerne insieme gli organi interni.
La chiusura di certe frange di psicoanalisti, d’altronde, poco inclini a integrare le conoscenze sulla materia psicologica con altri apparati (esempio: con la psicoterapia sistemica, ricca di spunti, di colpi di genio, così come con la psicoterapia strategica) pare più un segno di debolezza che non una manifestazione di “self-confidence”, elemento che ha sicuramente contribuito a una percezione di “crisi” del modello psicoanalitico, crisi probabilmente -a onor del vero- più “mediatica” che altro.
Abbiamo altrove scritto delle fruttuose contaminazioni tra la psicoanalisi e la neuroscienza (per esempio a proposito di questo volume di Clara Mucci), così come di figure in grado di incarnare la contaminazione più spinta tra approcci psicoterapici, adottando l’approccio falsificazionista più puro insieme ad un’apertura al diverso come espressione di curiosità clinica, figure come quella del grande Giovanni Liotti.


